Per il 2026 la Regione Piemonte ha recentemente indicato la casa tra gli obiettivi fondamentali e ha annunciato una nuova legge regionale accompagnata dalla misura “Una famiglia, una casa”, finanziata con 36 milioni di euro attraverso la riprogrammazione del FESR. L’intento dichiarato è ristrutturare almeno mille alloggi di edilizia residenziale pubblica oggi non assegnabili perché richiedono manutenzioni, per rimetterli a disposizione di giovani famiglie con figli con un canone massimo di 150 euro al mese. Nell'annuncio della Regione, la leva abitativa è legata in modo esplicito a natalità, attrattività e riqualificazione di immobili in aree urbane strategiche.
Il recupero dell’ERP è un passaggio utile e concreto perché interviene su un paradosso noto a chi opera nel settore: case che esistono, ma che restano fuori dal circuito dell’assegnazione per ragioni tecniche e manutentive. Rimetterle in funzione significa ridurre tempi e costi rispetto a nuove edificazioni, migliorare la qualità dell’abitare e, se gli interventi sono impostati correttamente, innalzare l’efficienza energetica del patrimonio. È un approccio che può produrre effetti misurabili sul territorio, soprattutto quando si accompagna a una gestione attenta e a canoni realmente sostenibili per i nuclei più fragili.
Dentro questo quadro, Confcooperative Habitat Piemonte accoglie con favore l’annuncio sul recupero di mille alloggi di edilizia residenziale pubblica, auspicando che il piano annunciato possa concretizzarsi con delle attuazioni nel breve periodo.
E' però importante, come associazione, richiamare l’attenzione su ciò che rischia di restare scoperto se la politica abitativa si ferma alla sola edilizia pubblica. Accanto all’emergenza, infatti, cresce ogni anno un’area di bisogno che non rientra nei parametri ERP ma che non regge i canoni del mercato libero. È la cosiddetta “fascia grigia”: giovani coppie e famiglie monoreddito, lavoratori dipendenti, personale sanitario e figure essenziali per i servizi locali che si trovano in una terra di mezzo, senza strumenti adeguati per stabilizzarsi.
È qui che entra in gioco l’Edilizia Residenziale Sociale (ERS). Se l’ERP è la risposta immediata alle situazioni di maggiore fragilità, l’ERS diventa una politica di stabilità, capace di evitare che la precarietà abitativa si trasformi in impoverimento e spopolamento. Parliamo di persone che lavorano, spesso in modo continuativo, ma che faticano ad accedere a un alloggio in affitto a condizioni compatibili con il proprio reddito, soprattutto nelle aree dove domanda e prezzi crescono più rapidamente. Se si vuole che l’obiettivo dichiarato sulla natalità non resti uno slogan, la “seconda gamba” della casa accessibile passa anche da qui.
Negli ultimi dieci anni il mercato delle locazioni in Piemonte ha registrato una trasformazione significativa. I contratti a canone concordato sono progressivamente aumentati fino a rappresentare oggi una quota stimata attorno al 50% delle nuove registrazioni nei principali centri urbani della regione. Se nel 2015 il ricorso al canone concordato si attestava intorno al 28–30% dei nuovi contratti di locazione, la crescita è stata costante, sostenuta dalla stabilità normativa introdotta dalla Legge 431/1998, dagli accordi territoriali sottoscritti nei comuni piemontesi e dalle agevolazioni fiscali previste per i proprietari, tra cui la cedolare secca al 10% e la riduzione dell’IMU.
In Piemonte si stimano oggi oltre 450.000 famiglie residenti in abitazione in locazione e, all’interno di questo mercato, la componente del concordato continua ad ampliarsi, soprattutto nell’area metropolitana torinese ma con una crescita evidente anche nei capoluoghi di provincia e nei centri medi. In questo senso, l’aumento dei contratti a canone concordato non rappresenta una misura emergenziale, ma una risposta strutturale a un’esigenza abitativa sempre più diffusa nel territorio piemontese.
La cooperazione di abitazione può contribuire in modo molto operativo a questa nuova strategia perché dispone di modelli e competenze già orientati al lungo periodo: dal recupero di immobili sfitti pubblici e privati alla gestione in proprietà indivisa con canoni calmierati, fino all'impiego di capitali e strumenti finanziari con orizzonti pluriennali. A questo si aggiunge la possibilità di costruire interventi che integrino risorse europee e strumenti nazionali, inclusi quelli attivabili con il supporto di Cassa Depositi e Prestiti, e di rimettere al centro anche dispositivi regionali che in passato hanno sostenuto lo sviluppo cooperativo, come la Legge 28/76.
L’annuncio regionale, dunque, può e deve diventare un punto di partenza per un impianto più completo. Un piano che recuperi rapidamente l’ERP oggi bloccata e, nello stesso tempo, costruisca una cornice stabile per l’ERS, così da aumentare l’offerta di case accessibili per chi non è in povertà secondo i criteri ma non è nemmeno in condizione di competere sul mercato. È una scelta che parla di coesione sociale e di competitività territoriale, perché la disponibilità di alloggi a prezzi sostenibili incide direttamente sulla capacità del Piemonte di trattenere e attrarre giovani famiglie e lavoratori.
“Il recupero degli alloggi oggi sfitti è una misura concreta e necessaria: rimette a disposizione patrimonio esistente e dà una risposta immediata a chi è in maggiore difficoltà,” dichiara Alberto Anselmo, presidente di Confcooperative Habitat Piemonte. “Ora, però, serve affiancare un’azione strutturale sull’Edilizia Residenziale Sociale, per quella fascia di persone che lavora, tiene in piedi servizi fondamentali, ma non riesce a sostenere i canoni del mercato libero. La cooperazione di abitazione di Confcooperative può portare soluzioni pratiche. Siamo pronti ad aprire un confronto con la Regione per costruire una strategia regionale che tenga insieme emergenza e stabilità, perché la casa è una leva di sviluppo e futuro per tutto il Piemonte.”